Gallipoli Today

Monsignor Filograna: “Chi crede non fugge, ma combatte il peccato”

Il messaggio di speranza per la Santa Pasqua inviato dal vescovo della diocesi di Nardò-Gallipoli ai fedeli e alla comunità

NARDO’/GALLIPOLI - “Chi crede, non fugge”, nonostante le sofferenze e le aberrazioni che calpestano noi stessi o la terra in cui viviamo. Mai abbassare la guardia e tirarsi indietro, abbandonare il campo della passione interiore e fisica, ma è nella resurrezione del Cristo che si possono superare i limiti umani, andare oltre le proprie possibilità, uscire dalla morte e volgere verso la vita eterna. Un messaggio di speranza e di conversione profonda quello che alla vigilia della Pasqua arriva per la comunità e i fedeli tutti dal vescovo della diocesi di Nardò-Gallipoli, monsignor Fernando Filograna. Un messaggio che consolida il percorso, a volte affannoso, della fede che non può e non deve intimidirsi, che non deve arrossire, offuscando la propria opera quotidiana.

Chi crede, non fugge, come ricorda anche il profeta Isaia, anche perché, come riecheggiano le passionevoli parole dell’apostolo Paolo, c’è “l’amore di Cristo che ci spinge!”. Ritorna su temi di estrema attualità monsignor Filograna parlando dell’eco “di inutili stragi”, come le ultime di Stoccolma e in Egitto, che rivelano come “l’uomo ancora apprezzi l’odio strenuo, efferato, accanito, sì da lasciarsi invasare di una scelleratezza inaudita”. Le sofferenze sono la conseguenza diretta e indiretta del peccato, del rifiuto di Dio. Da soli non si riuscirà mai a liberarsi dalle conseguenze del peccato. Ma l’alternativa è ai piedi della croce: si può scegliere Dio e la sua volontà.  Si può essere finalmente liberi dalle tante schiavitù, menzogne, istinti che ci condizionano e ci causano sofferenza, e si può tornare ad essere pienamente se stessi. Di seguito il testo integrale del massaggio pasquale del vescovo Filograna:

“Carissimi, mentre il cuore palpita per l’intensità dei giorni che ci apprestiamo a vivere, il nostro sguardo si abbandona alla contemplazione del Crocifisso Risorto, il cui mistero d’amore continua a inebriare di gioia indicibile la nostra storia. In questa occasione, mi piace noleggiare le passionevoli parole di Paolo, che avrebbe voluto affiggere per tutte le mura di Corinto: “L’amore di Cristo ci spinge!”, ci possiede: ebbene, la risurrezione di Gesù è figlia dell’amore di un Dio che, ogni giorno, accetta la sfida di prendersi cura della nostra fragile esistenza, e invita anche noi a risorgere, a risollevare il capo, nell’oggi del nostro cammino. Con la sua risurrezione, Cristo pungola la nostra mediocrità, scomoda oltremodo la nostra presunta e illusoria autosufficienza: Egli sceglie di farsi erede dei nostri affanni quotidiani e, irradiando di luce nuova i sepolcri delle nostre esitazioni, continua a scommettere su di noi, ad amarci, a ricercarci. Cristo viene a visitare le tenebre che annebbiano il nostro operato, ridona colore perfino agli scantinati più cupi delle nostre relazioni: la sua risurrezione rimargina le ferite di tante famiglie vittime di travagli, placa la collera di mariti tronfi di rancore, lenisce le lacrime di mogli angariate, incoraggia le genuine aspettative di tanti figli che spesso sono sopraffatti dal disorientamento; accorda serenità e fiducia oltre ogni tradimento, gelosia, discordia; consola la penuria di posti di lavoro che ledono la dignità umana; affranca il dolore del lutto e l’infermità di quanti soffrono nel corpo e nello spirito con il balsamo della misericordia, con l’unguento della speranza; bagna i nostri errori nelle acque del perdono e del riscatto; l’amore di Cristo non demorde, ci rincorre, ci rialza dagli sgambetti che rallentano la nostra corsa, con l’ostinazione propria solo dei veri innamorati; con lo scandalo di un’offerta mite e arrendevole ci indica il sentiero che toccherà anche a noi percorrere, e quanto più la logica dell’indifferenza ci suggerisce di aggirare la Samaria della miseria di chi ci è accanto, tanto più la sua passione ci spalleggia, ci scuote, ci sprona, ci rammenta la strada del vero bene, a servizio del Vangelo e del nostro fratello. 

Oggi il bagliore di questo annunzio deve poter rischiarare anche e soprattutto le foschie di alcune zone necrotizzate del mondo, le cui sirene tuttavia non possiamo mettere a tacere, ma anzi ci interpellano sempre e nuovamente: l’eco del travaglio della nostra amata terra, così tanto violentata ma ancora vergine e fertile; l’eco di scelte ideologiche e politiche che insidiano il diritto inalienabile alla vita, dal suo sorgere al suo tramontare; l’eco di macabre guerre che sconvolgono diverse regioni del mondo, e pesano sulla testa di popolazioni sfiancate eppure innocenti, come quella siriana; l’eco di inutili stragi, come le ultime di Stoccolma e in Egitto, che rivelano come l’uomo ancora apprezzi l’odio strenuo, efferato, accanito, sì da lasciarsi invasare di una scelleratezza inaudita. Tutto questo però non spaventa la serenità dei nostri passi, non offusca la nostra opera; Chi crede, non fugge, ci ricorda il profeta: proprio questo versetto persuase Dietrich Bonhoeffer, teologo e martire contemporaneo, a non fuggire dalla sua Germania, dilaniata dalla persecuzione nazista, a non abbandonare il suo popolo, pur avendone la possibilità; restò accanto alla sua gente, non si vergognò di una fede che gli impose di scegliere, di prendere posizione, con ineffabile coraggio, sino al dono della sua stessa vita nel campo di concentramento di Flossenbürg, nella primavera del 1945. Lasciamoci anche noi scuotere dalla risurrezione di Cristo, per la quale siamo disposti ad affrontare ed abbracciare il dolce peso delle croci quotidiane; scegliamo di non tirarci indietro, di non rifuggire gli ostacoli, ma di testimoniare un amore che si declina nel rispetto verso il creato e la persona umana, in favore della riconciliazione di tutti gli uomini.  Ed ora, il Risorto non è più nella tomba, ma ci precede nella Galilea dei nostri focolari domestici, a scuola, sul posto di lavoro, per le nostre strade, nella ferialità dei nostri impegni, ed è lì che ci attende, è lì che la sua risurrezione parla con efficacia, si realizza davvero, si fa vita; per questo, la nostra fede non s’intimidisce, non arrossisce, ma sceglie di immergersi nel fonte di una vita radicalmente spesa in Cristo, affronta il fruscio delle palme della nostra storia; non è un evento che releghiamo alla domenica e basta, non si chiude nelle sacrestie dell’intimismo, nelle secche dell’individualismo, ma esce allo scoperto, si ripercuote sul “lunedì” dei piccoli gesti quotidiani.

La gloria che cerchiamo, infatti, non è quella che risiede nel nostro nome, ma che, alzando gli occhi, abita nel nome stesso di Dio.  Nella solennità di questa Pasqua, la gioia del Signore ci conceda di rinnovare con forza e autentico slancio la bellezza degli impegni assunti il giorno del nostro Battesimo, e ci renda colombe di benedizione per tanti cuori ancora trafitti, ramoscelli d’ulivo che acclamano e promuovo il bene e la concordia, al di là di ogni accennata divisione e tribolazione: dinanzi alla sete di giustizia e di pace, di amore e di verità presenti negli uomini del nostro tempo, sorga e si innalzi il vessillo di Cristo vittorioso, e risplenda sul mondo la sua gloria”.